di Massimo Reina
Prima che la pietra diventasse chiesa, palazzo, casa o balcone scolpito, era soltanto pietra.
Stava lì, dentro la terra, immobile e silenziosa.
Alla Pirrera Sant’Antonio, per generazioni, gli uomini hanno imparato a tirarla fuori.
I pirriaturi, i cavatori, entravano nella cava quando il giorno era ancora giovane e ne uscivano con il corpo coperto di polvere, la faccia imbiancata e le mani che sembravano appartenere alla roccia più che a loro stessi.
Per anni e anni hanno scavato, inciso, spaccato, seguendo le venature della pietra e imparando a riconoscere, dal suono di un colpo, se la parete avrebbe ceduto o avrebbe resistito.
La pietra della Pirrera Sant’Antonio partiva dalla cava e prendeva la strada dei paesi e delle città. Finiva nelle case dei poveri e nei palazzi dei ricchi, negli edifici pubblici, nelle chiese, nei conventi. Diventava architrave, muro, colonna, gradino, cornice, portale.
E diventava bellezza.
Anche il Barocco siciliano orientale, con la sua pietra chiara e le sue facciate mosse, con quelle chiese che sembrano nascere dalla terra per sfidare il cielo, deve qualcosa a uomini come loro: uomini senza nome nei libri di storia, ma con le mani capaci di trasformare una montagna in architettura.
I grandi architetti disegnavano. Gli scalpellini davano forma. Ma prima ancora c’erano loro.
I pirriaturi.
Quelli che entravano nella pancia della terra e ne tiravano fuori la materia con cui un’intera civiltà avrebbe costruito la propria casa, i propri palazzi e i propri luoghi sacri. E la pietra, intanto, imparava a conoscere gli uomini.
La pietra ti guarda, ti giudica. Ti pesa
La pietra non è tua amica, Tano lo diceva senza smettere di lavorare. Aveva passato una vita alla Pirrera Sant’Antonio. Aveva cominciato da ragazzo, quando ancora gli attrezzi sembravano troppo pesanti per le sue braccia e la parete della cava gli appariva alta come una montagna.
Poi erano venuti gli anni. E con gli anni aveva imparato a riconoscere la pietra.
Non tutta, naturalmente.
La pietra non si lascia conoscere fino in fondo.
Una mattina, mentre gli altri pirriaturi lavoravano più avanti, Tano si fermò davanti alla parete, appoggiò una mano sulla roccia e disse: “Con il tempo, impari che la pietra non è tua nemica. Ma neanche tua amica. È qualcosa di più sottile: una testimone. Una memoria.”
Diceva che ogni taglio, ogni spacco, ogni graffio lasciato nella roccia era una frase incisa nella carne di un essere muto.
E che la pietra, prima o poi, qualcosa se lo prendeva.
“Ti prende l’udito”, diceva Tano, “perché il rumore ti martella nelle orecchie finché il silenzio diventa assordante. Ti prende le mani, che diventano callose, annerite, irriconoscibili, come zolle di terra viva. Ti prende il sonno, perché la notte sogni ancora le pareti bianche e lucide, sogni i crolli, sogni le grida.”
Infine, con fare un po’ teatrale aggiungeva: “Ti prende la schiena, le ginocchia. E anche i sogni.”

Poi riprendeva il piccone, come se quello che aveva appena detto non fosse niente. Come se fosse soltanto una cosa che un uomo deve sapere prima di entrare nella cava.
“Eppure resti.”
Questo lo diceva piano.
“Giorno dopo giorno. Perché quando hai scavato pietra per dieci, venti, trent’anni, non sei più soltanto un uomo. Sei un mezzo fossile. Un frammento della cava.” Forse Tano aveva ragione.
Forse, dopo tanti anni, non era più possibile capire dove finisse l’uomo e dove cominciasse la pietra.
La cava gli aveva preso il colore della pelle, la forza delle mani, il sonno e una parte dell’udito. Ma gli aveva lasciato qualcosa che non avrebbe trovato da nessun’altra parte: il modo di ascoltarla. C’è chi giura che, dopo un po’, la pietra risponde. Non con parole, ovvio.
Ma con segni. Con fessure che appaiono all’improvviso. Con venature che brillano di luce lattiginosa quando l’umidità è giusta. Con silenzi che sanno di presagio. I più anziani parlano sottovoce. Mormorano alla parete.
Le toccano come si tocca una fronte febbricitante.
Le ascoltano con l’orecchio schiacciato contro, come si fa con la pancia di una donna incinta. “È viva,” diceva Don Turi, morto schiacciato da un lastrone nel ‘32, “e se le parli con rispetto, si fa scavare.”

Il pirriaturi non plasma solo la pietra. È la pietra che plasma lui. Le braccia diventano dure, nervose. Le mani prendono la forma degli attrezzi. La pelle diventa grigia, come coperta di polvere permanente.
Ma è dentro che cambia tutto.
L’uomo che scava ogni giorno non crede più nel tempo. Crede nei ritmi della cava. Nel peso. Nel suono. Nel calore. Nel profumo acre della roccia appena spezzata, simile al respiro di un vecchio che fuma da cinquant’anni.
Un amore senza parole
Alla fine, il legame tra uomo e pietra è un amore muto, fatto di gesti ripetuti. Come due amanti che si conoscono a memoria, e non hanno più bisogno di parlare.
Il pirriaturi sa che morirà prima di finirla, quella cava. Sa che un giorno la pietra si prenderà anche lui.
Forse lo coprirà. Forse lo seppellirà. E forse, quando tutto sarà finito, rimarrà solo il suono di un colpo a vuoto.
Un’eco. Un nome inciso male su una parete di tufo. Ma in quel suono — in quel crack secco e disperato — ci sarà la voce del pirriaturi.
E la pietra, anche se non lo dirà a nessuno, sentirà la sua mancanza.
La cava non ha ancora detto tutto. Alcune pietre custodiscono ancora i loro nomi. Torniamo la prossima settimana.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
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- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
- La storia di Turi
- La goccia e il pendolo
- I custodi dell’eco
- Tra due mari
- Lettere dalla Pirrera
- Fra superstizione e fede
- L’uomo che parlava con la pietra
- La storia di Santinu u scavaturi
- La pietra che respira
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.
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