È ben noto che i Monti iblei, grazie alle caratteristiche geo-morfologiche dell’altipiano, siano caratterizzati da insediamenti in rupe, cronologicamente contraddistinti da una continuità di frequentazione antropica dalla preistoria fino ad età moderna. Da questo contesto emerge la Grotta di Mastro Pietro, nota con questo nome da tale Mastro Pietro Marchese che la riscoprì agli inizi dell’800. È una delle oltre 50 cavità carsiche presenti nel territorio di Melilli.
Ha uno sviluppo orizzontale abbastanza ridotto. A dispetto della fantasia popolare che invece gli attribuisce una certa estensione sotterranea lungo chilometri e chilometri di labirintiche sale e cunicoli. È possibile suddividere la grotta in due grandi camere: l’antro iniziale e quello finale.
La parte iniziale è caratterizzata da emergenze archeologiche di primaria importanza: tombe sia dell’età del bronzo che di epoca bizantina, anche se gli agricoltori e gli allevatori di armenti nel corso dei secoli le hanno in gran parte compromesse.
Si giunge alla camera secondaria percorrendo un cunicolo stretto e lungo. Al suo interno si conserva ancora oggi una consistente quantità di concrezioni. Sono presenti stalattiti, stalagmiti, pisoliti e vele, già formati e ancora in uno stato di formazione: un importante esempio di carsismo tuttora attivo.
Inoltre da una colonna, cioè dalla fusione di stalattite e stalagmite, le cui tracce dei tagli sono ancora ben visibili in situ, furono ricavati i materiali di rivestimento per la realizzazione dell’altare del SS. Sacramento in Chiesa Madre.
Si tratta di un unicum nell’intera Storia dell’arte occidentale; ancora oggi ci si chiede come agli inizi dell’800 le maestranze locali siano stati in grado di realizzare un’opera straordinaria come questa, senza la tecnologia contemporanea, a testimonianza dell’alta perfezione raggiunta dai lapicidi di Melilli.







