di Massimo Reina
Ci sono scrittori che raccontano storie, e altri che sanno restituire un’anima ai luoghi. Tea Ranno appartiene a questa seconda categoria. Nata a Melilli, cresciuta tra colline che profumano di finocchietto selvatico, nepitella e strade che custodiscono secoli di memoria, ha portato con sé la sua Sicilia in ogni parola scritta.
Tea Ranno – La voce dell’anima di Melilli
Nei suoi romanzi, Melilli non è sfondo: è personaggio, voce, canto. È terra che si fa racconto, lingua che diventa respiro. La incontriamo non per parlare soltanto di libri, ma per cercare la donna dietro la scrittrice: le sue paure, i suoi sogni, la sua Melilli interiore.
Tea, iniziamo con una domanda un po’ classica: qual è il primo ricordo di Melilli che torna sempre nei tuoi libri, anche quando non lo cerchi?
Il paese visto di sera dalle Coste, quel grumo di case adagiato sulla mano di Dio che apre Terramarina.
Se Melilli fosse un personaggio, come lo descriveresti? È uomo o donna, giovane o anziano?
Sarebbe una donna antica, bella nonostante le offese perpetrate da anni di devastazione urbanistica. Non faccio che esumare fotografie del paese antico, con il loggiato distrutto dall’alluvione, le fontane del municipio, le gebbie, le case, i palazzetti che l’incuria ha lasciato decadere, elementi che hanno connotato l’identità del luogo nell’immaginario collettivo.
Qual è stato il momento in cui hai capito che non potevi fare a meno della scrittura?
Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che senza scrittura avrei vissuto male. La dipendenza da carta e penna è cominciata presto, inconsapevolmente. Ho sofferto di endometriosi, una malattia connotata da un dolore che negli anni diventa sempre più forte, e siccome – essendo il dolore legato al ciclo mestruale – non vi si attribuisce troppa importanza (“È male di donna… Hai la soglia del dolore troppo bassa… Devi imparare a sopportare…”), ho cominciato a sversare nel diario la sofferenza, la mortificazione, il senso di sfinimento e di fallimento legato a quel “cane” che mi mangiava la pancia. Così il diario è diventato parte di me, la scrittura una sorta di panacea che permetteva conforto, divagazione, fuga nella fantasia che produceva fiabe, favole e poi, più avanti, racconti, e poi, ancora dopo, romanzi. Un momento preciso di scelta in realtà c’è stato, quella tra diritto e letteratura. Nel maggio del 1998, dopo la nascita delle mie figlie, ho deciso di dedicare alla famiglia la gran parte del mio tempo e il resto (notti comprese) alla scrittura.
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C’è un odore, un suono, un gesto della tua infanzia che ancora oggi in un certo senso ti detta le parole?
No, le parole arrivano all’improvviso, possono appartenere all’italiano o al dialetto, irrompere nel presente e portarmi nel passato o viceversa. Ieri sera, per esempio, è emersa la parola “scusagnu”. Ero sul lungotevere, c’era qualcuno che correva giù, lungo l’argine del fiume, c’era pochissima luce, mi sono detta che io non l’avrei mai fatto, era un posto troppo scusagnu, poteva capitare qualcosa di brutto. La parola è venuta in dialetto e non sono riuscita a tradurre in italiano la sensazione che mi provocava. Ma sono tante le parole intraducibili. Mi torna in mente sgrèvita, che ogni tanto usava mia nonna per indicare una persona ostica (ma ostico non rende), sdilliriu, cafisiari, cunsulu, çiatu miu… sono espressioni della lingua madre che portano con sé un carico emotivo ineguagliabile.
Tu intrecci spesso italiano e dialetto, come se la lingua fosse musica. Quando scrivi, senti più forte la voce dei tuoi personaggi o la voce della lingua stessa?
Sento forte la voce dei personaggi, sono loro che dettano i tempi, il ritmo, la tessitura sonora della narrazione. Quando ambiento una storia in Sicilia, è inevitabile che nei dialoghi vengano fuori commistioni tra italiano e siciliano; se voglio dare a un anziano sostanza di verità, non posso mettergli in bocca l’italiano leccato della televisione o della scrittura, la sua lingua deve essere quanto più vicina alla sua realtà, dunque lontana dall’insopportabile calata sicula che certa filmografia ostenta.
Nei tuoi racconti emerge spesso la forza dei legami tra donne, a volte quasi indissolubili. Quanto nasce dall’esperienza personale, dal vissuto, dall’aver conosciuto davvero “amiche per sempre”?
Sì, parlo spesso di donne, di femminile violato, della forza che viene dal farsi – l’una per l’altra – corda che ti tira fuori da un pozzo. Ne parlo per esperienza. Ho la fortuna di avere accanto amiche sincere; arricchiscono l’immaginario narrativo che mi permette di attingere alle loro esperienze, ai loro caratteri, a certe battaglie che hanno condotto, certe fatiche del vivere, ai tradimenti fatti o subiti, alle malattie – il Circolo del sangue, nel mio memoir, è composto da donne affette da endometriosi, sparse per l’Italia, con cui la sintonia è fortissima –, alle lotte per l’emancipazione che da anni portano avanti.

Le protagoniste che crei hanno tratti forti e riconoscibili: quanto di te c’è in loro?
C’è molto di me. Ho tanta vita alle spalle, ho accumulato l’esperienza necessaria per creare personaggi in cui il lettore riesce a identificarsi. Sono innumerevoli le donne che mi scrivono: “Hai raccontato la mia storia”, quelle che mi dicono di aver fornito loro le parole per esprimere ciò che altrimenti non sarebbero riuscite. E poi ho tutta l’esperienza che mi viene da cinquant’anni – almeno – di frequentazioni libresche, letture e riletture, personaggi che ho fatto miei attraverso immedesimazioni forti, amori letterari che mi hanno sostenuto, insieme ai diari, nei tempi difficili, quando andare avanti era davvero faticoso.
Nei tuoi romanzi, i luoghi di Melilli diventano personaggi vivi: come senti il legame tra la tua terra e le storie che scrivi?
I luoghi di Melilli sono vivi perché in quei luoghi io vivo intanto che scrivo. Capitò per necessità nel 1995 quando, giunta a Roma, la nostalgia mi colpì a tradimento. Ero partita con gioia, pronta a godermi la capitale, le sue bellezze, le sue opportunità culturali e lavorative, ma non avevo messo in conto la mancanza terribile di tutto ciò che era casa, famiglia, dunque odori, sapori, il dialetto a cui non avevo mai prestato attenzione, le strade, le piazze, le case, i cunti… Così cominciai a posare sulla carta il paese e a viverci come se non me ne fossi mai andata. Perciò è diventato il teatro delle mie storie, il luogo in cui vado abitando quando non sono sveglia e neppure dormo, quando mi trovo, cioè, nello stato allucinatorio in cui vivo intanto che scrivo.
C’è un episodio o un ricordo di Melilli che non hai mai raccontato nei libri, ma che ti parla ancora oggi?
Sono tanti gli episodi che non ho mai raccontato. Ci sono storie che appartengono a me e di cui la scrittrice ha riguardo. Se capiterà l’occasione, anche quelli diventeranno romanzo, per ora me li covo in cuore.
Come pensi che il legame tra scrittura e territorio possa contribuire a valorizzare la cultura locale?
È un legame che permette al mio paese di giungere ad altre terre, consentendo ai lettori di scoprirne caratteristiche peculiari rese evidenti dall’emotività con cui ne scrivo. L’amurusanza, per esempio, che ormai mi connota, è parola che conosco sin da quando ero piccola, racchiude in sé una molteplicità di atti d’amore: l’attitudine al bene, l’attenzione al prossimo, la gratuità dell’affetto, la disponibilità all’ascolto. Una parola che viaggia insieme ai miei libri perché fa parte di me come io faccio parte della mia famiglia, del mio paese.
Scrivere significa spesso confrontarsi con emozioni profonde. Ci sono stati momenti in cui la scrittura è stata per te una forma di consolazione o di sfogo?
Sì, perché mi hanno permesso di guardare alla Sicilia da un’altra prospettiva, di assumere la giusta distanza per coglierne pregi e difetti, capirla meglio.
Le esperienze lontano dalla tua terra hanno cambiato il modo in cui racconti Melilli e la Sicilia nei tuoi romanzi?
Sì, perché mi hanno permesso di guardare alla Sicilia da un’altra prospettiva, di assumere la giusta distanza per coglierne pregi e difetti, capirla meglio.
Scrivere per chi resta lontano dalla propria terra: senti una responsabilità speciale nel mantenere vive le memorie e le tradizioni?
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Se dovessi scrivere oggi la tua autobiografia immaginaria, che titolo avrebbe?
La mia autobiografia immaginaria potrebbe intitolarsi (prendendo a prestito le parole di Alfieri): Fortissimamente volli, ma i titoli, si sa, vengono scelti a opera conclusa, quindi questo potrebbe essere soltanto uno spunto, una linea guida.
Cosa vorresti che un bambino, tra cinquant’anni, trovasse nei tuoi libri?
Vorrei che ci trovasse l’amurusanza.
Se potessi mettere in un barattolo un solo odore di Melilli (può essere anche personale, di famiglia) da portare sempre con te, quale sceglieresti?
L’odore delle fresie sul balcone di mia nonna.
Se non fossi diventata scrittrice, quale “cunto” avresti comunque raccontato con la tua vita?
Il cunto dell’impegno civile, la cura e la tutela degli affetti, dell’ambiente soprattutto.
Qual è il libro che avresti voluto scrivere e quale invece, se c’è, che ha cambiato la tua visione della vita?
I Promessi Sposi. A cambiare un po’ la mia visione della vita, invece, è stato Piccole donne, avevo sei anni. Volevo essere come Jo March. Ho fatto di tutto per riuscirci.
Cosa consiglieresti ad un giovane autore melillese che vorrebbe tentare di intraprendere la carriera di scrittore?
Di leggere, infinitamente leggere; di scrivere e cancellare e scrivere e cancellare e non prendersi mai sul serio. E poi cercare confronti attraverso i concorsi letterari importanti. Io ho pubblicato grazie al premio Calvino, il più importante premio letterario nazionale per inediti: il romanzo Cenere arrivò finalista all’edizione del 2005, nel 2006 fu pubblicato dalla edizioni e/o. Ma il consiglio imperativo è quello di non cedere alla tentazione dell’autopubblicazione.
Oltre le parole
Ascoltare Tea Ranno è come camminare tra le vie di Melilli al tramonto: ogni parola è un frammento di memoria, ogni ricordo un seme che germoglia. La sua scrittura non è solo letteratura, ma resistenza alla dimenticanza, un atto d’amore verso la lingua, la gente e la terra che l’hanno formata. E forse è proprio questa la sua più grande lezione: non importa dove viviamo o quanto lontano andiamo, dentro di noi c’è sempre una Melilli che aspetta di essere raccontata.
CHIACCHIERE D’AUTORE – Storie, voci e radici del nostro territorio
Chiacchiere d’Autore è una rubrica pensata per dare voce a chi custodisce, interpreta e rinnova l’anima del nostro territorio, dove “autore” non è solo chi scrive: è chi crea. Ogni incontro è un dialogo autentico, una finestra aperta sulle storie di chi trasforma la creatività in mestiere e le radici in ispirazione, tenendo vivo il legame con la nostra terra. Un viaggio tra arte, cultura e identità: perché dietro ogni opera, dietro ogni creazione, c’è sempre una voce che merita di essere ascoltata.







